Month: September 2019

Assunti di base e Social Network

Forse è possibile utilizzare la teoria degli assunti di base di Bion per leggere alcuni fenomeni che si verificano nei social network.

Il tema della gruppalità appare come molto rilevante in un clima culturale in cui sono disponibili sempre più modalità di incontro e confronto. Sicuramente, le nuove tecnologie hanno creato dei nuovi modi di “stare insieme”; ma, forse è possibile leggere alcuni comportamenti sui social network impiegando teorie sviluppate nell’ambito della gruppalità “tradizionale”, ossia quella in cui gli individui sono fisicamente presenti l’uno a l’altro.

Dopo una non esaustiva rassegna sulle teorie di Freud e Bion, verranno fatte alcune brevi considerazioni sul possibile impiego della teoria dei gruppi di Bion sui social network.

L’individuo nella massa: Freud

In “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” (Freud, 1921), Freud esplora la psicoanalisi nel contesto delle dinamiche dei grandi gruppi: le folle. Freud osserva le folle utilizzando la metapsicologia strutturale sviluppata per l’individuo. Si occupa, quindi, del comportamento dell’individuo in quanto “membro di…”, comportamento che sembra subire una modificazione radicale rispetto all’ordinario scenario individuale. Per caratterizzare le folle, Freud parte dalle affermazioni di Le Bon (1895), secondo il quale esse possono essere delle collettività permanenti (come lo Stato o la Chiesa) o transitorie, organizzate o non organizzate, con un capo o senza. Freud mette in discussione la possibilità dell’assenza di un capo; la sua presenza, a suo avviso, è la caratteristica fondante della folla. Le Bon viene anche ripreso per la descrizione della folla come impulsiva, estremamente accessibile alle immagini e pochissimo alle istanze critiche, incline al fascino della parola, capace di azioni cruente e nobili, come se la contraddizione non esistesse, facile preda di sentimenti impetuosi da appagare immediatamente. Il pensiero e l’affettività delle folle vengono descritti come assimilabili al comportamento dei popoli primitivi o degli infanti. Un’altra caratteristica osservabile nelle folle è il “contagio emotivo”, ossia «il fatto che ogni sentimento ed ogni atto tende a propagarsi ed a venir riprodotto da tutti i componenti della folla» (Musatti, C. L., 1949). Freud considera questo aspetto del “contagio emotivo” riprendendo McDougall, il quale imputa il fenomeno alla aumentata suggestionabilità dei membri. Freud parte dalla suggestionabilità per rintracciare un’analogia tra il rapporto del gregario col capo e quello dell’ipnotizzato e dell’ipnotizzatore. Freud parla quindi di un rapporto molto particolare, una relazione in cui un soggetto si abbandona ad un altro ritenuto detentore di un “potere misterioso”. Freud, come Ferenczi (1909), fonda questa relazione sul transfert, ossia sull’investimento libidico dell’ipnotizzatore inteso come ripetizione della relazione coi genitori. Come i genitori, l’ipnotizzatore viene idealizzato, l’ipnotizzato assume l’operatore come una sua parte ideale, spostando su di esse una grande quota di libido. In questo modo, l’ipnotizzato identifica l’operatore con il proprio Ideale dell’Io, impoverendosi. Questa identificazione è la riproduzione dell’identificazione originaria che il bambino mette in atto nei confronti del genitore e riguarda quindi il passato ontogenetico della persona. Nel 1921 Freud descrive così questo meccanismo: «L’identificazione è nota alla psicoanalisi come la prima manifestazione di un legame emotivo con un’altra persona. Essa svolge una sua funzione nella preistoria del complesso edipico. Il maschietto manifesta un interesse particolare per il proprio padre, vorrebbe divenire ed essere come lui, sostituirlo in tutto e per tutto. Diciamolo tranquillamente: egli assume il padre come proprio ideale». Su queste considerazioni Freud concepisce il legame tra i membri di una folla e il capo: nella folla si realizza uno spostamento di libido dal membro al capo, il quale viene identificato col proprio Ideale dell’Io e quindi investito di un potere che ricorda quello che il bambino vede in suo padre o che l’ipnotizzato vede nell’ipnotizzatore.

Il legame dei membri col capo è osservato nelle due folle artificiali, la Chiesa e l’Esercito. In esse Freud vede che i fedeli o i soldati hanno bisogno di essere amati dal capo (Dio o il Capitano) e che in quelle istituzioni, la partecipazione si fonda proprio sull’assunto che il partecipante è amato come tutti gli altri. L’illusione di essere amati, il capo onnipotente e il comportamento simile al “processo primario” della massa vengono visti alla luce del passato filogenetico dell’uomo. Freud si riallaccia al mito dell’”Orda primitiva”. In questa, un unico maschio domina una collettività disponendo delle risorse sessuali in modo esclusivo. I membri della collettività sono paritari per il fatto di avere spostato la loro libido sul capo; sono quindi parzialmente o totalmente privi della personalità individuale, della parte critica che potrebbe ostacolare una psicologia primitiva e istintiva. Il capo dell’orda è quindi un tiranno che deve essere temuto, oppure ucciso. Allo stesso modo, il capo della folla è una persona che non ha investito nell’Ideale dell’Io e gode ancora di una buona quota di appagamento narcisistico, che prospetta ai gregari «l’impressione di una maggiore forza e di una maggiore libertà libidica; in tal caso il bisogno di un capo forte e supremo lo favorisce, conferendogli un potere cui forse non avrebbe potuto aspirare» (Freud, 1921). Queste caratteristiche sono proprie della massa che quindi «ci appare come una reviviscenza dell’orda primordiale»(Freud, 1921). Il legame fra i gregari è spiegato da Freud con un’altra identificazione. Il singolo aspira, come il bambino verso la madre, ad un amore esclusivo. Questo amore verrebbe a mancare in caso di aggressività nei confronti, ad esempio, del fratello minore, di un compagno di classe o, in età adulta, di un membro del gruppo. I gregari, allora, stabiliscono un’identificazione dell’Io, vivendo così la convinzione di essere amati tutti allo stesso modo.

La nuova concezione del gruppo: Bion

Le prime riflessioni di Bion sui gruppi si trovano nella raccolta di scritti “Esperienze nei gruppi” del 1961. Il testo è composto da una raccolta di tre articoli pubblicati precedentemente su alcune riviste tra il 1943 e il 1962. Dopo questa data, Bion tornerà ad occuparsi dei gruppi nel 1970, in “Attenzione e Interpretazione”, alla luce delle sue nuove teorizzazioni.

Bion inizia la sua riflessione sui gruppi a partire da esperienze pratiche. Infatti, si confronta con un tipo gruppo “nuovo”, molto distante dalla massa di cui si era occupato Freud. Dopo l’esperienza nel campo di riabilitazione dei militari assieme a Rickman, Bion viene chiamato a condurre dei gruppi terapeutici alla Tavistock. Tenendo sullo sfondo le teorizzazioni psicoanalitiche e avvalendosi dei risultati dell’esperienza da psichiatra militare, Bion si accosta al gruppo cercando di vederne le dinamiche interne, concependolo come un “tutto”, come un organismo con modalità che trascendono il contributo individuale dei membri che lo formano.

Il nuovo atteggiamento che Bion utilizza nell’approcciarsi ai gruppi lo fa distanziare da Freud. Per Bion, Freud aveva evidenziato i legami libidici che tengono unita la massa al capo, ossia degli investimenti libidici verso un oggetto interno, l’Ideale dell’Io, che veniva identificato con il cx . Nella massa, poi, i membri si legavano fra loro per l’identificazione del proprio Io, divenendo così tutti amabili allo stesso modo dal capo. Bion considera questa visione derivante dall’assetto della coppia psicoanalitica, che vede i due membri legarsi mediante investimenti libidici. Nel gruppo che osserva Bion, i meccanismi attivi sono meno evoluti dell’identificazione introiettiva vista da Freud; infatti, sulla scorta delle teorizzazioni kleiniane, Bion sostiene che il gruppo si costituisca e si mantenga secondo indentificazioni proiettive. In questo modo, il leader non è una persona con la quale il gruppo si identifica, ma è il contenitore delle emozioni del gruppo, il più adatto ad esprimere in quel momento ciò che il gruppo sente: esso «è scelto dal gruppo poiché possiede “qualità” che lo rendono particolarmente adatto ad esprimere le esigenze del gruppo basico» (Cotugno, A., Fadda, P., Santacecilia, L., Turco, L., Ungaro, L. (1994) Freud e Bion; in Neri, C., Correale, A., Fadda, P. (1994) “Letture bioniane”, Borla. Roma). Per Bion, sia il leader che i membri sono un prodotto del gruppo, poiché questo si costituisce come un organismo al quale gli individui partecipano inevitabilmente e inconsciamente con una parte della loro personalità: la personalità gruppale.

Gruppo di lavoro

Secondo Bion, i gruppi si trovano ad affrontare le stesse angosce che il singolo ha sperimentato nella primitiva relazione con il seno e impiega le stesse difese attive in quel periodo di sviluppo. Un gruppo, quindi, è formato da persone che si trovano nello stesso grado di regressione. La formazione dei gruppi non avviene al momento in cui si presenta un capo; le persone sono da sempre predisposte alla formazione di gruppi. Secondo Bion esiste una dimensione gruppale nell’individuo, che lui chiama “valenza”, ossia «la capacità del singolo di combinarsi istantaneamente e involontariamente con un altro per condividere un assunto di base e agire in base a esso» (Bion, 1961). La dimensione gruppale dell’individuo, secondo Bion è osservabile solamente in un contesto di gruppo, ma è sempre presente. Quando l’individuo si trova in gruppo produce e partecipa a uno “stato mentale” comune a tutti i membri. Quando il gruppo si trova con un obiettivo esplicito, come la cura psicologica, mette in atto un livello di cooperazione volto a raggiungere l’obiettivo. Questo stato mentale del gruppo è paragonato da Bion, per le sue caratteristiche, all’Io definito da Freud nel 1911 ed è chiamato “Gruppo di Lavoro”. È uno stato mentale del gruppo legato alla realtà, utilizza un tipo di pensiero scientifico (o tendente ad esso), è capace di riflettere sulle proprie emozioni e di pensarle, è capace di tollerare la frustrazione di non avere immediatamente tutte le risposte e soluzioni ed è disponibile ad apprendere dall’esperienza. Come L’io descritto da Freud, il gruppo di lavoro utilizza i parametri della realtà come lo spazio e il tempo e, per questo, può vedere uno sviluppo. Dato che «Ogni gruppo, per quanto casuale, si riunisce per “fare” qualcosa» (Bion, 1961), lo stato mentale di lavoro è sempre presente in un gruppo.

Gli assunti di base

Tuttavia, Bion osserva che nei gruppi riunitisi per svolgere un lavoro si determina anche una mentalità volta ad ostacolare il lavoro psicologico. Bion descrive la vita mentale dei gruppi terapeutici da lui condotti come «carica di emozioni che esercitano un’influenza potente, e spesso inosservata, sull’individuo […] a tutto danno delle sue facoltà critiche» (Bion, 1961). La situazione gruppale è fonte di emozioni forti e disorganizzanti che ostacolano lo stato di gruppo di lavoro. Bion trova tre configurazioni di stato mentale opposto al lavoro che chiama “assunti di base”.

Gli assunti di base rappresentano una tendenza universale dell’uomo, una risposta automatica alle situazioni gruppali. Quando si forma un gruppo e si determina un assunto di base la persona perde la propria individualità e cerca di rimanere all’interno del gruppo. Per far questo, aderisce inconsciamente alle emozioni e al comportamento del particolare assunto di base attivo in quel momento, cercando di perpetuarlo. Nel gruppo in assunto di base non c’è una tendenza verso la conoscenza e il cambiamento, anzi, esso si mette in moto proprio per evitare l’introspezione e la presa di coscienza della frammentarietà di base del gruppo stesso: «L’attività del gruppo di lavoro è ostacolata, deviata e talvolta favorita, da certe altre attività mentali che hanno l’attributo di forti tendenze emotive. Queste attività, a prima vista caotiche, acquistano una certa strutturazione se si ammette che esse derivano da alcuni assunti di base comuni a tutto il gruppo» (Bion, 1961). L’assunto di base è quindi uno stato mentale collettivo, inconsciamente e automaticamente prodotto dal gruppo, che cerca di opporsi alla crescita e al lavoro analitico. In esso il linguaggio non ha la funzione di pensare le emozioni e i vissuti, ma serve per veicolare e inoculare queste emozioni nell’altro, in modo da farlo rimanere aderente all’assunto. In assenza di capacità di pensare, il gruppo propone uno stereotipo di conoscenza, una pseudo-conoscenza, fondamentalmente dogmatica alla quale i membri devono aderire ciecamente per non essere espulsi dal gruppo. Gli assunti di base sono perciò una strutturazione della vita emotiva e fantasmatica del gruppo che si oppone alla conoscenza, vale a dire al dolore che comporta l’apprendere dall’esperienza. Bion identifica tre stati mentali del gruppo in assunto di base, ognuno dei quali si oppone al lavoro introspettivo e al cambiamento: Dipendenza, Attacco-Fuga e Accoppiamento.

a. Dipendenza

Nel gruppo in assunto di base di DIPENDENZA i membri vivono nell’idea che esista un oggetto esterno capace di rassicurare e di soddisfare i loro bisogni: «La persona prescelta solleva gli altri dal bisogno di essere responsabili di pensare ed elaborare le cose per conto loro» (Bion, 1961). Il conduttore del gruppo viene quindi investito di questo ruolo e i membri si rivolgono a lui «per ricevere nutrimento, materiale e spirituale, e protezione» (Bion, 1961) . Quando il terapeuta nega questa sua funzione, il gruppo sente che è stata fatta un’offesa alla divinità-terapeuta e ha reazioni di disappunto.

b. Attacco-Fuga

Nell’assunto di base di ATTACCO-FUGA «il gruppo si è riunito per combattere o per fuggire qualcosa» (Bion, 1961). La leadership di questo gruppo è affidata ad un membro capace di presentare al gruppo qualcosa da cui fuggire o da combattere. Questo membro, dice Bion, è di solito una persona con tratti paranoidi o l’individuo più disturbato. Il “nemico” è il lavoro psichico, l’insight, il “nuovo”, ossia ciò che emergerebbe se il gruppo entrasse in assetto di gruppo di lavoro.

c. Accoppiamento

Il terzo assunto di base che Bion identifica è quello di ACCOPPIAMENTO. Questo gruppo non ha un leader “attuale”, ma vive un clima sereno nella speranza che arrivi colui che può salvare tutti: il “messia”. È un gruppo che vive la propria temporalità nel futuro e che rifiuta, perciò, il tempo presente del lavoro e dell’indagine. Il “messia” (che può essere una persona, un’idea o un oggetto), tuttavia, non deve mai arrivare. Infatti, con lui arriverebbe l’”idea nuova”, ossia qualcosa che impone il cambiamento.

Il sistema protomentale

Secondo Bion durante un gruppo di lavoro è possibile la compresenza di un solo assunto di base. Per dare ragione del “destino” dei due assunti di base non presenti, Bion formula l’ipotesi del “sistema protomentale”. Questo sistema è una condizione di indifferenziazione tra lo psichico e il corporeo. Gli assunti di base inattivi in un dato momento, sono nello stato di indifferenziazione e, quindi, non ancora “psichici”. In quanto indifferenziati, possono tradursi sia in fenomeni psichici che somatici. Questa matrice sembra una prima elaborazione degli elementi beta che Bion svilupperà a partire dal 1962 con “Apprendere dall’esperienza”. La dimensione protomentale appare un’agitazione sensoriale prodotta dall’impatto dell’emotività che può essere o pensata o agita. Si può pensare che il gruppo riesca ad esprimere l’assunto di base quando le sue emozioni sono disponibili per essere tradotte sul piano psicologico: «Cominciando dai fenomeni protomentali, possiamo dire che il gruppo si sviluppa fino a che le emozioni diventano esprimibili in termini psicologici. È a questo punto che io dico che il gruppo si comporta “come se” stesse agendo secondo un assunto di base» (Bion, 1961).

Gli assunti di base, secondo Bion, si attivano nel momento in cui il gruppo è chiamato ad indagare le proprie tensioni e a pensare le proprie emozioni. Il lavoro di indagine è vissuto dal gruppo come estremamente angosciante a causa del significato che l’attività conoscitiva assume nella vita inconscia del gruppo. Bion assimila lo psicoanalista che “chiede”, alla Sfinge della tragedia di Edipo: egli sembra voler costringere il gruppo a rivivere le angosce primitive e le fantasie di esplorazione del corpo materno. I meccanismi difensivi attivi, quindi, non sono solo sul piano nevrotico (come aveva osservato Freud nel “gruppo di accoppiamento” che è la coppia analitica”), ma anche e soprattutto psicotico. Bion mette in relazione l’emergere e l’avvicendarsi degli assunti di base con l’avvicinarsi del gruppo alla rappresentazione di una scena primaria primitiva che farebbe nascere emozioni disorganizzanti. La curiosità, per il gruppo, è un istinto rischioso che scatena angosce profonde. Per difendersi da queste angosce, il gruppo inibisce la tendenza ad indagare formando un assunto di base o passando ad un altro. Gli assunti di base, quindi, emergono come difesa contro la rappresentabilità di una «scena primaria estremamente primitiva che si svolge a livello di oggetti parziali ed è associata a meccanismi di splitting e di identificazione proiettiva che Melanie Klein ha descritto come caratteristiche della posizione schizo-paranoide e depressiva» (Bion, 1961).

Gruppi di Lavoro Specializzati

Bion riprende le due masse artificiali che Freud aveva identificato nell’Esercito e nella Chiesa. Per Bion, questi due gruppi rappresentano dei “gruppi di lavoro specializzato”, ossia due gruppi che si formano per permettere al gruppo principale di lavoro di continuare le sue attività orientate alla realtà. I gruppi di lavoro specializzati si organizzano su un assunto di base (dipendenza per la Chiesa e attacco-fuga per l’Esercito) con il compito specifico di «neutralizzare [gli assunti di base specifici] e impedire così che questi siano di ostacolo alla funzione del gruppo di lavoro nel gruppo principale» (Bion, 1961). Il gruppo di lavoro specializzato contiene le emozioni dell’assunto di base e evita che queste si traducano in azione; infatti, la relazione con la realtà deve essere appannaggio solo del gruppo di lavoro, poiché solamente esso ha le funzioni per contattarla, comprenderla e produrre un adattamento. Oltre ai gruppi specializzati già identificati da Freud, Bion ne enuclea un terzo, relativo all’assunto di base di accoppiamento: l’Aristocrazia. Questo sottogruppo è particolare perché è connesso con la speranza nella nascita di un’idea nuova e, quindi, «di solito aiuta il gruppo a capire che la nuova idea consiste un qualcosa che è già familiare» (Bion, 1961).

Scisma e sottogruppi

Nel gruppo è possibile anche trovare una separazione in sottogruppi; Bion chiama questo fenomeno “scisma”. Quando il gruppo si trova di fronte ad una possibilità di sviluppo, ossia al confronto con una nuova idea che comporta una dolorosa elaborazione, il gruppo può scindersi in due controparti, fenomenologicamente differenti, ma entrambe volte a mantenere lo status quo. Un sottogruppo può aggrapparsi alla “tradizione”, alla “storia del gruppo” e alle idee fino a quel momento raggiunte. In questo modo, si ha un dogmatico ristagno su ciò che è noto. Un altro sottogruppo può, invece, manifestare una tendenza allo sviluppo dell’idea nuova, tendenza che viene perseguita in maniera estrema e radicale. La forte determinazione di questo sottogruppo produce un’angoscia talmente forte che non riesce a reclutare membri per portarla avanti. Entrambi i gruppi, quindi, si trovano fermi e lo sviluppo risulta bloccato.

Considerazioni: gli Assunti di base nei social network

Le riflessioni bioniane sugli assunti di base mi sembrano fondamentali nel contesto attuale e credo che possano gettare una luce di comprensione non solamente sui gruppi umani “tradizionali”, ossia sui gruppi di persone che si ritrovano fisicamente insieme in vista di un obiettivo, ma anche sui “nuovi gruppi”, ossia quelli virtuali. Il mondo dei social network ha dato modo di creare dei contesti di interazione senza che si debba necessariamente essere fisicamente presenti. Molto spesso capita di osservare gruppi virtuali che si comportano proprio nel modo che Bion descrive per gli assunti di base. Spesso vediamo come un gruppo polarizza la propria attenzione nella identificazione di un nemico da umiliare, con fantasie di esclusione o distruzione. In altri gruppi, invece, si osservano vissuti di attesa nei confronti di un presunto salvatore, sia esso politico, artistico, sociale, ecc… Il social netework sembra non essere quindi, solamente un luogo in cui l’individuo mette aspetti di sé in modo indipendente dal gruppo, ma appare come un luogo che stimola, amplifica e canalizza quella spinta al partecipare al gruppo che abbiamo insita in noi.

Su questa linea sembra di poter collocare la dimensione “visiva” dei social. I contenuti condivisi lasciano poco spazio alla parola. Quando lo spazio c’è, spesso si tratta di parole ad alto contenuto emotivo, che stimolano nell’utente una reazione che gli fa prendere una “parte”. Sembra che il meccanismo sia molto rapido e non consenta una riflessione critica approfondita da parte dell’utente. Anche le immagini proposte sembrano voler sortire quell’effetto: eventi catastrofici, paure, speranze, timori, ideali di sentimenti eterni, eroismi… In quei momenti, al di là della nostra reale partecipazione individuale, possiamo pensare di star partecipando ad un gruppo che vive quelle emozioni e che cerca di perpetuarle.

Al netto delle possibilità e prospettive per la crescita e lo sviluppo che internet e i social network offrono alla cultura, può forse valere la pena fermarsi a riflettere anche su aspetti che forse operano “in sordina”. Aspetti che stimolano risposte rapide, reazioni e che lavorano contro una fruttuosa elaborazione critica del mondo sociale virtuale che ormai è parte integrante delle nostre vite.

Avere ragione. Usare la ragione

Capita spesso di voler avere ragione. Accade nelle discussioni su argomenti vari, in discussioni di coppia, con altri membri familiari e. in generale, in ogni situazione relazionale.

Avere ragione

La ragione può essere definita genericamente come la facoltà di pensare, discernere, stabilire rapporti logici e di porre giudizi. È quindi una facoltà che va “usata”. Tuttavia, spesso riteniamo che la ragione sia qualcosa “da avere”, come se si fosse di fronte a un tribunale che può stabilire una volta per tutte la verità. Avere ragione sembra allora significare aver vinto, aver ridonato dignità alla nostra persona, aver primeggiato. Il vissuto “da tribunale”, tuttavia, prevede una selezione dei dati, sia esterni (ossia le parole dell’interlocutore, l’argomento) sia interni (ossia i nostri vissuti sempre variegati e ambivalenti, fatti di rabbia, ma anche amore).

Certamente, questo si applica solamente in minima parte alle discussioni più “intellettuali”, dove l’esercizio della ragione ha il suo luogo legittimo di applicazione. Nelle relazioni, invece, avere ragione opera un selezione dei fatti (facciamo un’arringa interna, creiamo una linea di difesa e di accusa, cerchiamo prove e indizi). In questo modo, e con questo fine, escludiamo fatti fondamentali per la nostra vita affettiva. Escludiamo i sentimenti implicati e, di fatto, escludiamo l’altro. L’altro viene rappresentato in noi sotto un’unica luce: quella di chi compete per qualcosa. Manca però l’altro per come lo viviamo nella relazione. Manca, nel senso che viene oscurata, la dimensione affettiva: i suoi sentimenti, le sue motivazioni, il passato della relazione, la possibilità di creare un futuro. Alla fine, qualcuno ha “vinto”, qualcuno “ha ragione”. Forse, però, manca qualcosa… sembra che manchi l’uso della ragione.

Avere ragione su se stessi

Questo atteggiamento di selezione dei fatti avviene dentro di noi e coinvolge anche i fatti emotivi che ci riguardano. Capita di trascurare molti dati della nostra vita affettiva, delle nostre motivazioni nel compiere un certo comportamento, nel prendere determinate scelte, nel gestire le relazioni. Spesso sentimenti complessi o emozioni difficili oscurano la nostra disponibilità a comprendere noi stessi e l’altro in modo ampio. Allora cerchiamo spiegazioni, razionalizziamo. Mai con una soddisfazione totale. A guardarle bene, magari “a freddo”, quando è trascorso un po’ di tempo, mostrano delle lacune. “E se avesse voluto dire questo?”, “Forse quando ha detto così intendeva altro…”, “Ero furioso… mi sembrava che ogni sua parola fosse un insulto”, “Cosa sto provando?”, “Questa emozioni oscurano altre emozioni che sto provando?”, “Cosa possono dire di me e della relazione queste emozioni che non sento?”. Questi dubbi sono le premesse per accogliere l’altro e le sue motivazioni e per comprendere meglio le nostre.

Usare la ragione

Se la ragione è definita come la facoltà di pensare, ci possiamo chiedere cosa significhi “pensare”. Possiamo definire il pensare come quell’attività psichica che separa la vita interna da quella esterna e che dona significato in base a questa differenza. Molto di noi è percepito come se fosse parte del mondo esterno. È il nostro modo, inevitabile, di dare significato alla realtà. Riconoscere ciò che è nostro in ciò che è esterno ci permette di avere un quadro più completo della realtà e delle relazioni. Permette di avere dei dati su noi e sull’altro che possono essere elaborati in funzione di una migliore comprensione delle situazioni, anche problematiche che stiamo affrontando.

In questo modo, non si cerca un “colpevole”, una “vittoria”, bensì un chiarimento e le possibili soluzioni. Così pensiero si espande, ossia comprende più sfaccettatture della realtà, più luci e ombre, dettagli e prospettive altrimenti non visti, ma sicuramente attivi. Si pongono domande come: “Di cosa stiamo parlando?”, “Con chi sto parlando?”, “Cosa provo per questa persona?”, “Come mai sento che le sue parole mi feriscono e che devo avere la meglio?”, “Perché sento di dover avere la meglio?”, “Quando mi è capitato di sentirmi così, e con chi?”, “Perché non chiedo di cosa effettivamente si sta parlando?”. Sono alcune domande che possono interrompere un tipo di elaborazione che può portarci ad avere ragione senza usarla. Sono domande che ampliano la visione della realtà di ciò che sta accadendo nella relazione e aiutano a comprendere i nostri bisogni e paure e quelle dell’altro.

Le relazioni si fanno sempre in due. L’altro è però sempre vissuto anche come oggetto delle nostre aspettative, ricordi, relazioni passate. Essere consapevoli di quanto di noi mettiamo nell’altro tutela le nostre relazioni esterne. Ed è un gesto d’amore verso noi stessi.